Pochi giorni fa, ad un banco del supermercato, l’inserviente dialogava con i clienti sul Natale. Con ruvida concretezza romana, sentenziava che oramai nessuno più ci crede. Tutti erano d’accordo, eppure ognuno ammetteva anche di non poter rinunciare alla festa. La contraddizione faceva sorridere, ma di un sorriso tenero, accompagnato da una certa complicità. Lo sappiamo, il Natale è un po’ così, ma ci piace lo stesso.
Certo ogni anno, con l’arrivo di questo giorno, si pone anche la domanda sul suo significato. Ricorrenza cristiana, che affonda le radici in tradizioni pagane, ha preso oramai una piega prevalentemente consumistica. Festeggiare, sì, ma cosa? Come?Naturalmente i fedeli sanno bene di celebrare la nascita di Gesù, ma avvertono lo stridore di sfarzo, frenesia, spese e abbuffate, che non creano davvero un clima adatto al raccoglimento. Chi invece è ateo o agnostico, o comunque non cristiano, difficilmente rinuncia all’atmosfera di luce, al messaggio di pace, o perlomeno al riposo che si lega a questo periodo. Di fronte al Natale è meno rigida la distinzione tra credenti e non, a maggior ragione in un’epoca in cui le appartenenze religiose, come tutte le identità, sono più fluide. Pochi lo festeggiano autenticamente, pochi lo rifiutano del tutto. Si vive il Natale come una tradizione, come una pausa, trovandosi con le famiglie o con gli affetti, cercando calore al di là di tutte le ambiguità che costellano il quotidiano. Riscoprendo magari un appiglio di religiosità anche non confessionale. Oppure si insegue semplicemente il bandolo dellamatassa esistenziale, tra i bilanci e i propositi che segnano il giro di boa del nuovo anno.
Nel Natale, però, c’è un elemento che viene solitamente perso di vista. Pur appartenendo al nucleo profondo del suo senso originariamente cristiano, può probabilmente essere condiviso anche dai non credenti. Si tratta infatti di un dato che ribalta il modo con cui solitamente il cristianesimo e la religione vengono presentati. Il Natale parla di un dio che è storico. Dire che qualcuno nasce, molto banalmente, significa affermare che quella persona prima non c’era. E che, come tutto ciò che è vivo, morirà. Il dio cristiano ha un inizio e una fine, una vita circoscritta nel tempo e nello spazio, legata a persone ed avvenimenti concreti, ad una lingua e ad una cultura specifiche. È in tutto e per tutto intrecciato con un contesto, da cui è impossibile separarlo. È, dunque, relativo. All’opposto di ciò che siamo abituati a pensare, il cristianesimo sembra essere la rivelazione della finitezza, che arriva a coinvolgere la vita stessa del dio. Ma se è così, se il dio cristiano è storico, finito e dipendente da un contesto, si può dire che il cristianesimo è la rivelazione per eccellenza del relativismo.
Questa lettura, peraltro, sembra coerente con il più generale dipanarsi della narrazione biblica, in cui il dio è coinvolto nellavicenda specifica del popolo ebraico. Il testo “sacro” – che è una narrazione in larga parte storica o comunque di storie – può essereinterpretato come un percorso di liberazione da tutti gli idoli, ossiada tutti gli assoluti che l’uomo costruisce e adora. Ogni verità è inesorabilmente sottoposta alla constatazione di essere storica: è stata infatti proposta da qualcuno, in qualche epoca, in un dato luogo, nell’ambito e secondo le modalità di una certa tradizione. Possiede perciò valore circoscritto e relativo. Il Natale è la definitiva presa d’atto di questo fatto incontrovertibile. Non è più credibile la fondazione umana di un assoluto, ma va accettato il limite come un dato ineluttabile. L’uomo non può più foggiareidoli che pretendano di essere indistruttibili. Dio stesso, infatti, èfragile. Ogni istituzione, il tempio, il corpo stesso, è destinato alla polvere. È in questo senso che Gianni Vattimo ha potuto dire che l’incarnazione è il principio che dà avvio alla secolarizzazione: laliberazione dal sacro, la rinuncia ad ogni assoluto, inizia conl’arrivo di un dio debole.
Ovviamente, nella comprensione classica della teologia si è pensato alla rivelazione e all’incarnazione come all’ingresso nella storia umana finita di un dio che di per sé è eterno. Vengonoquindi distinti due piani, uno divino ed assoluto, l’altro umano e relativo. Eppure, questa visione appare ancora compromessa con un bisogno umano, troppo umano, di rassicurazione: ancorare l’esistenza ad un centro di gravità permanente. A ben guardare, invece, il Natale rivela che tutto – persino la stessa vita divina! – è sottoposto all’incertezza.
Assumere radicalmente questa prospettiva, però, non significa né ridimensionare Dio, né rinunciare alla speranza. Il Natale svela infatti anche la realtà della storia come quella di untempo gravido, come la possibilità di una nascita. Il tempo si rigenera sempre. Ad ogni istante fa seguito un istante successivo, con una nuova opportunità. La storia è una sorgente inesauribile, un permanente schiudersi. Il limite della storia è un limite senza fine. La storia toglie fondamento ad ogni sicurezza, ma scardinaanche ogni pessimismo. Destinata inevitabilmente a finire, la mia storia non sarà la fine di tutto. Perché la storia, dopo di me, prosegue nella storia di altre ed altri. La stessa storia di Dio, dopo la sua nascita, è affidata alle donne e agli uomini. In questo senso, ci si può forse richiamare allo stesso senso di rinascita per reinterpretare anche la vicenda pasquale: una rinascita che affida la vita divina alla comunità, una ulteriore e ancora più radicale storicizzazione del divino. Pur permanendo il mistero insondabile del destino individuale, scandagliare nella direzione di questo significato permette di ridurre notevolmente il divario tra soprannaturale e umano, credenti e non, religione e laicità.
Al di là di una devozione bigotta, o di un vago buonismo, il Natale ci mostra la dinamica della nostra esistenza.Consapevolezza delle condizioni vincolanti, ma anche delleopportunità. Mentre il folle grido di Nietzsche proclamava che “Dio è morto”, profetizzando quella perdita dell’innocenza che si è realizzata in tutta la sua tragicità nel Novecento, l’annuncio che“Dio è nato” svela invece il costante rinnovarsi del tempo. La storia che ci condiziona ci permette anche di rinascere, di intraprendere un nuovo percorso, di mutare direzione, di pronunciare una parola diversa. Faticosa, incerta, fragile. Ma sempre, sempre, possibile.

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