La risurrezione secondo Mancuso

Un testo del lontano 2008, tratto nuovamente da “Benecomune” – – – – – – – – – In un intervento del 2008 sul Foglio, pubblicato il giorno di Pasqua, Vito Mancuso ha discusso della risurrezione di Gesù e della salvezza. Il suo intervento sostiene che «occorre distinguere la risurrezione quale evento concreto accaduto a Gesù di Nazaret […] dalla risurrezione quale evento salvifico. Occorre distinguere il significato della risurrezione per Gesù, dal significato della risurrezione per noi. Io aderisco alla risurrezione quale evento accaduto a Gesù, ma nego che tale evento accaduto a lui abbia il valore salvifico assoluto per noi e per gli uomini di tutti i tempi che gli si attribuisce. Io penso che la vita eterna non dipenda dal fatto che Gesù è risorto, ma che il fatto che Gesù è risorto sia un segno della vita eterna nella sua effettiva realtà».

L’autore del fortunato libro su L’anima e il suo destino (Cortina 2007) sembra quindi confermare la sua difficoltà nei confronti della sorte che occorrerà dopo la morte al corpo (se già il titolo di detto volume è significativo, si vedano in particolare le pp. 181-186). Non a caso in un intervento del 2 Febbraio sull’Osservatore Romano il vescovo Bruno Forte lo ha potuto accusare di gnosticismo, richiamando la vanità della fede senza risurrezione di 1 Cor. 15,14. Il suo ragionamento, tuttavia, non è certo banale: ancora, non è un caso che il libro stesso presenti in apertura una lettera di apprezzamento del Cardinale Martini. Mancuso infatti non muove una critica banale alla resurrezione a partire dall’impossibilità di provarla storicamente, ma anzi le assegna persino un grado di plausibilità storica piuttosto elevato, perché senza di essa non si spiegherebbe la fede degli apostoli e la forte espansione del cristianesimo primitivo. Tuttavia il punto, per lui, è che la questione della salvezza di ciascuno si gioca in modo indipendente dall’evento: «Se domani si ritrovasse un’urna con le ossa di Gesù di Nazaret, per i miei valori e la mia visione del mondo non cambierebbe molto […] Nego cioè che per essere salvi di fronte a Dio occorra credere che quell’evento sia avvenuto (aspetto soggettivo) oppure che Dio a seguito di quell’evento abbia mutato il suo atteggiamento verso gli uomini o che sia mutato qualcosa nell’ordine del mondo che Dio non avrebbe potuto mutare prima e da sé (aspetto oggettivo) […] Il valore di quell’evento (in sé unico) è solo dimostrativo: è il segno della possibilità reale di una vita personale oltre la morte. Se però quel segno non fosse avvenuto, non cambierebbe nulla da un punto di vista ontologico e assiologico.».

Non cambia, cioè, secondo Mancuso, il rapporto di Dio con gli uomini, immutabile dall’eternità, né la via della salvezza per gli uomini stessi, che resta solo quella della giustizia. Queste argomentazioni, quindi, ritengono di rafforzare sia il valore oggettivo che quello soggettivo della fede, sia il suo contenuto che il modo con cui vi si deve aderire; e la risurrezione di conseguenza ha solo validità di esempio, ma non è necessaria.

A nostro giudizio si tratta di osservazioni largamente condivisibili: la risurrezione infatti non è necessaria a Dio (nella misura in cui un’espressione del genere ha senso), e non è necessaria forse alla definizione di una morale umana. Ciononostante, tali osservazioni non ci sembrano in grado di raggiungere proprio l’obiettivo primo di Mancuso, ossia quello che egli definisce «valore soteriologico della risurrezione». Mancuso infatti è irretito nell’opposizione tra la «constatabilità empirica» ed il «valore»: «Il cristiano si trova tra Scilla e Cariddi, perché da un lato deve ritenere che la risurrezione non è un evento puramente spirituale senza tracce nella storia (non è l’immortalità dell’anima, ha a che fare con un corpo materiale), e dall’altro lato deve ritenere che la risurrezione non è un evento storico come un altro, empiricamente constatabile, come per esempio la risurrezione di Lazzaro». Ma non è l’«evento storico» della risurrezione quale mero fatto che salva, né il semplice atto spirituale di ritenere che esso sia accaduto effettivamente.

La risurrezione di Gesù, infatti, si pone al di là della distinzione tra fatto e valore, e di quella tra aspetto soggettivo ed oggettivo; le coinvolge entrambe, ma non si lascia esaurire da esse. Non è né un fatto, né un valore; non una costruzione dello spirito senza rispondenza nel reale, né un dato incontrovertibile. Se perciò Mancuso procede acutamente nella pars destruens, tuttavia ne rimane poi paradossalmente schiavo: al di là delle suddette categorie, infatti, vede solo un mistero da accettare tacendo (nel libro) o un esempio di altro (nell’articolo sul Foglio). Invece, oltre la distinzione tra fatto e valore, tra soggetto ed oggetto, si apre la possibilità di pensare la risurrezione su di un piano che precede ogni categorizzazione, e che tuttavia non è un qualcosa di inaccessibile su cui non si può dire nulla.

Si tratta appunto della questione della radice di ogni significato, prima di definizioni già formate. Cos’altro può indicare la salvezza, se non il guadagno del vero senso? Ma se così è, essa va pensata necessariamente un passo prima della distinzione tra spirito e materia, o di ogni altra classificazione della realtà. Le categorie – e le parole in generale –, infatti, si inseriscono evidentemente sempre già in contesti di significato almeno parzialmente costituiti (appunto soggetto/oggetto, valore/fatto, racconto/evento etc…) e nei quali quindi si è già data una risposta, almeno parziale, alla domanda sul senso. La questione della salvezza – aperta in tali termini nella storia della cultura forse proprio dalla fede nella risurrezione – ha la pretesa di porsi sul piano in cui il significato si genera; e la risurrezione ha la pretesa di essere una risposta dello stesso livello, che, lungi dall’essere un qualcosa di assolutamente incomprensibile, offre delle indicazioni decise. La vita dopo la morte, certamente, e dunque il segno di un tempo altro e diverso qualitativamente. Ma anche il ruolo imprescindibile del corpo; e, soprattutto nelle apparizioni postpasquali – si pensi ad Emmaus, o a Tommaso – il legame di questi due aspetti con la comunità. Nel pensiero contemporaneo, alcuni degli ambiti principali in cui si fa strada la possibilità di un processo di formazione del significato diverso da quello basato sulla correlazione soggetto-oggetto sono proprio il tempo, il corpo, e la pluralità dei soggetti: non esiste niente di umano che non sia mediato nel tempo, dal corpo, e comunitariamente. Nella nostra lettura, quindi la salvezza non può che investire la dimensione in cui si costituisce il senso e il valore delle cose, prima di ogni loro definizione, e la risurrezione di Gesù riguarda e a anzi forse persino dischiude questa dimensione, rivelandone alcuni tratti importanti: lungi dall’essere priva di «valore soteriologico», come nella lettura di Mancuso, essa conferma piuttosto la crisi di un pensiero inadeguato a confrontarvisi.

2 risposte a "La risurrezione secondo Mancuso"

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  1. Il post di Estragone su “La resurrezione secondo Mancuso” è particolarmente stimolante, perché prende le misure in modo raffinato da una posizione a sua volta intrigante come quella di Mancuso sulla resurrezione. In breve, Mancuso vuole sostenere l’inefficacia per noi della resurrezione, senza per questo negare il suo valore storico: insomma, la resurrezione di Gesù è un fatto per lui (Gesù), mentre è (solo) un valore per noi. Le radici ontologiche della possibilità della nostra salvezza non dipenderebbero così dal fatto storico della resurrezione.
    Prima di passare alla posizione di Tommasi, vorrei far notare che tale posizione può essere accusata di docetismo, ma non di gnosticismo – come vorrebbe Bruno Forte. Dare alla resurrezione secondo Mancuso un valore conoscitivo significherebbe riconoscere meno della storicità della resurrezione (al limite sospenderla) e più – o troppo – del nostro valore cognitivo su di essa. Il legame dimostrativo tra noi e la resurrezione su cui insiste Mancuso restituisce invece la piena storicità della resurrezione alleggerendone l’influenza su di noi. Ricevere un insegnamento non è già imparare, e tanto meno conoscere.
    Detto ciò, Tommasi vede bene nel criticare Mancuso di restare prigioniero della dicotomia tra fatti e valori con cui ha potuto avanzare bene sulla pars destruens della sua argomentazione contro l’effettività della nostra salvezza attraverso la resurrezione. Tommasi allarga la categoria troppo ristretta di valore in Mancuso aprendo alla dimensione di “formazione del valore”, concentrandosi cioè sul “processo di formazione del significato”. Se c’è un valore, vi sono dei presupposti pre-valoriali e pre-fattuali che determinano (anche solo) la portata di tale valore, e sono il tempo, il corpo e l’intersoggettività. La strategia di Tommasi è quella di sottolineare come la resurrezione, prima che un valore, sia da collocare su di un piano nec fattuale nec valoriale – un piano che attraverso la nozione di “processo di formazione del significato” pure inerisce al piano valoriale su cui la resurrezione potrebbe ugualmente essere considerata (in questo modo non negando in toto la posizione di Mancuso). Mi pare che Tommasi, senza dirlo esplicitamente, conferisca un valore “trascendentale” a questo piano pre-valoriale e pre-fattuale. Da cui la prima domanda – che riguarda la corretta interpretazione della sottile lettura di Tommasi: danno tempo, corpo e intersoggettività una funzione trascendentale alla resurrezione, e questo proprio in riferimento al valore/ai valori che alla resurrezione possiamo dare noi (anche indipendentemente dalla sua accettazione storica come fatto che riguardi Gesù)?
    Per concludere, sollevo una seconda domanda, con la quale propongo una critica alternativa a Mancuso ma senza scomodare il trascendentale, ovvero senza postulare una dimensione pre-fattuale e pre-valoriale. Invece di allargare la nozione ristretta di “valore” per arrivare alla suddetta dimensione, non basterebbe riflettere sulla “necessaria” valenza universale del fatto della resurrezione che concerne Gesù? In altre parole, se accettiamo che Gesù è Cristo, ovvero il Figlio di Dio, non siamo già obbligati a trasporre (anche) su di un piano universale la fattualità della resurrezione che concerne l’uomo Gesù? E tale piano universale non può non implicare un “valore per noi”. Insomma, invece di scomodare un fantomatico pre-fattuale e pre-valoriale, non basterebbe passare da un’attenzione per il “valore della resurrezione per noi perché il fatto della resurrezione per lui” (che ancora lascerebbe potenzialmente separabili fatto e valore) a un’attenzione per il semplice “fatto della resurrezione per lui come valore fattuale universale per lui e per noi”. In altre parole ancora, si potrebbe difendere questa posizione – e persino derivarla! – come assunzione dell’incarnazione di Cristo in termini di incarnazione del divino nell’umano – “umano” come categoria che abbraccia tutti gli uomini di tutti i tempi.
    Firmato: Sagredo

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    1. Grazie mille di questo commento molto articolato, profondo e preciso. Mi sembra che il punto della questione sia la comunicazione tra un fatto (eventualmente) accaduto ad un singolo (la risurrezione di Gesù) e il valore che tutti gli altri possono trarne. Affinché le due dimensioni comunichino serve un piano che renda possibile la mediazione (quello che Sagredo chiama correttamente “trascendentale”). A me sembra che 1. Anche ipotizzare la divinità di Gesù implichi ipotizzare una condizione di possibilità della comunicazione tra fatto accaduto al singolo e suo valore universale, per cui dalla ricerca di un piano “trascendentale” forse non si sfugge nemmeno in questo caso. Ossia si sta presupponendo qualcosa che rende possibile la comunicazione tra i due ambiti. 2. Collocare questo piano invece in fenomeni umanissimi come il corpo, il tempo e la comunità renda più ragionevole e meno magica la risurrezione. Non si tratta solo di allargare la dimensione del valore, ma di evidenziare come sia i “valori”, sia anche i “fatti”, siano fenomeni secondari e derivati. C´è una dimensione umana che li precede, ed è quella per cui qualsiasi valore – ma anche qualsiasi fatto! – non può esistere se non temporalmente, corporalmente e comunitariamente. Non esiste nulla, per gli uomini, di assolutamente individuale o di puramente spirituale o di sottratto al tempo. Tramite corpo, tempo e comunità sono mediati tutti i fatti e tutti i valori umani. Questa verità mi sembra puramente “umana” (e non divina), filosofica (e non teologica) e permette di rendere ragionevole e comprensibile in che modo un fatto accaduto ad un singolo possa trasformarsi e avere valore (sino a diventare un fatto!) anche per altri.

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