Le sbobinature di Gesù

Questa foto ritrae Padre Arturo Sosa, Generale dei gesuiti, che prega con un gruppo di monaci buddisti. La foto ha fatto insorgere molti tradizionalisti cattolici, che poco però sembrano aver compreso il significato autentico della tradizione. Assieme alla foto, infatti, hanno criticato anche questa intervista, sempre di Padre Sosa. Facendo, come spesso avviene, di tutta l’erba un fascio. Nell’intervista, il gesuita sarebbe reo di affermare che non vi è certezza assoluta di ciò che ha detto letteralmente Gesù, perché «a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito». L´idea di contestualizzare le parole di Gesù sarebbe pericolosamente relativistica. Aldo Maria Valli, ad esempio, ha sintetizzato le critiche in questo testo. Ma, viene da chiedersi: cosa ha detto di così strano il Generale dei gesuiti? C´erano davvero i registratori all´epoca di Gesù?

Ora, molto evidentemente, dire quello che ha detto Padre Sosa non significa dire che non sappiamo nulla di Gesù o delle sue parole. Dire ciò significa invece dire un’ovvietà. Quest’ovvietà è uno dei due pilastri su cui si fonda la Chiesa. Ed è proprio il pilastro della tradizione, tanto caro ai tradizionalisti, che però non la comprendono. Affermare che è indispensabile la tradizione significa affermare che il testo non basta. Che la lettera uccide. Ritenere indispensabile la tradizione equivale a dire che servono la comprensione e l’interpretazione. E siccome per chi è credente Gesù è vivo e accompagna la chiesa, la tradizione è una tradizione viva, non è un deposito chiuso e sigillato. Altrimenti sarebbe una seconda Scrittura. È facile vedere come – Deo gratias – la chiesa nei secoli ha cambiato opinione molte volte, dal ruolo delle donne (che per San Paolo – nella Scrittura! – devono essere velate e non prendere parola nell’Assemblea, alla democrazia, alla libertà di espressione, al pluralismo religioso. Basta leggere il Sillabo per capire che quello che era dottrina nel XIX secolo non lo è più oggi. E stupisce che proprio coloro – i tradizionalisti – che criticano l’Islam per il suo presunto letteralismo e per la sua presunta divinizzazione del libro, poi desiderano una chiesa modellata su quell’ideale.

Nell’intervista Padre Sosa non mette in dubbio proprio nulla, ma fa semplicemente valere un principio di prudenza: “Quale stella polare devono mirare oggi i cattolici?” “La stella c’è e si chiama Gesù di Nazareth, Gesù Cristo che ha dato la vita per tutti noi, i chiari, i confusi, i non credenti, i tradizionalisti e i progressisti…” Questo principio di prudenza è il principio teologico per cui “Deus semper maior est”. Dio è al di là della nostra comprensione, delle nostre categorie, dei nostri schemi. Questa eccedenza di senso, questa riserva, è esattamente ciò che ci può dare aria e far respirare. Ciò che ci può liberare. Ciò che salva.

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