Con la pace nulla è perduto

Ci sono ragioni di varia natura che mi motivano ad aderire alla manifestazione del 5 novembre organizzata da Europe for peace per un percorso di pace in Ucraina.


1. Ragioni di tipo religioso. Le nomino per prime non in ossequio alla vecchia idea per cui Dio e il sacro devono avere il primo posto. Ma al contrario perché la religione – in molti casi – si è evoluta fino a comprendere di non possedere un primato rispetto alla pace. Di principio non può esistere religione dove c’è violenza e guerra. La pace è condizione di possibilità e fine ultimo della religione, e non viceversa.


2. Questo primato della pace è stato reso efficacemente dall’espressione: “con la guerra tutto è perduto, con la pace nulla è perduto”. La guerra è solo distruzione. La pace è una precondizione strutturale di qualsiasi costruzione o organizzazione futura (dunque anche la suddivisione di territori, la regolamentazione della vita delle comunità, le loro leggi etc…). Ci sono quindi ragioni anche etiche a favore della necessità strutturale della pace. E tali ragioni non sono solo quelle di un astratto buonismo (che comunque difende il primato innegabile della vita umana), ma al contrario proprio quelle dell’esigenza della difesa del più debole e dell’aggredito, che sono coloro che soffrono anzitutto le conseguenze della guerra.


3. Ci sono ragioni giuridiche a favore della pace. L’ordinamento internazionale e quello italiano scaturiti dalla seconda guerra mondiale sono improntati al ripudio della guerra e alla ricerca di soluzioni alternative per la risoluzione delle controversie. Vero è che l’art.11 della costituzione italiana inquadra il ripudio della guerra nell’ambito dei vincoli internazionali e dunque delle organizzazioni. Ma né la UE, né la NATO (né ovviamente l’ONU) sono ufficialmente e formalmente coinvolte nel conflitto armato.


4. L’UE e la NATO non sono coinvolte ufficialmente e formalmente nel conflitto in virtù di un principio di tipo politico. Un conflitto ufficiale avrebbe conseguenze catastrofiche e devastanti che nessuno può ragionevolmente desiderare. Le ragioni di principio della difesa dell’aggredito incontrano un limite invalicabile nel principio realista della limitazione dei danni, per tutti e per l’aggressione stesso. Altrimenti perché non si è intervenuti – che so – in Ungheria nel ‘56, in Cecoslovacchia nel ‘68, negli innumerevoli conflitti africani, in Tibet, o non si interviene a difesa di curdi o di palestinesi? Ci sono ragioni anche politiche per preferire la pace.

5. Queste ragioni di tipo politico sfociano anche in ragioni economiche per preferire la pace, perché il conflitto sta creando danni enormi in Ucraina (chi e come ricostruirà? A che prezzo? A guadagni di chi?), e danni visibili in Europa, che non fosse altro che per interesse dovrebbe prendere le distanze da un conflitto sul proprio territorio che non ha alcun senso continuare ad alimentare. In questo senso, l’Europa dovrebbe autocomprendersi, alla luce della propria storia, come una isola di pace, di diritti e di democrazia nel mondo, consapevole che il proprio interesse non è a discapito dell’interesse altrui, ma si raggiunge pienamente solo con la multipolarità e la cooperazione, di cui la pace è sempre con dizione necessaria.

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