La religione deve profanare

Il manifesto che pubblicizza la nuova serie televisiva – e che con involontaria ironia campeggia sulla toponomastica della «città eterna» – sembra rilanciare un allarme suonato nelle ultime riflessioni di Roberto Calasso. Le pagine di L’innominabile attuale sottolineano come «il secolarismo avvolge il pianeta» e manchi la dimensione del «sacro» e dell’«oltre».

Ma davvero abbiamo bisogno di qualcosa di «sacro»? Nelle immagini di Suburra, e nelle parole di Calasso, il problema sembra essere la mancanza di un valore assoluto, qualcosa di indisponibile e di innominabile, che offra riparo e salvezza. Ma è proprio questo il «sacro»?

Il termine non ha un significato ben definito: per Rudolf Otto, autore tedesco di un notissimo libro dedicato a questo concetto, «il sacro» è la categoria religiosa per eccellenza, ed indica ciò che è «numinoso», ossia una forza «totalmente altra», che provoca in noi un sentimento ambiguo di attrazione e repulsione. Un fenomeno – qualsiasi tipo di fenomeno – sarebbe «religioso» se genera in noi tale esperienza. Ma quindi anche il demoniaco e il male? In tedesco il sostantivo das Heilige traduce ciò che nelle lingue neolatine è espresso non solo da sacer, ma anche da sanctus. Così Emmanuel Levinas, scrivendo Du sacré au saint (appunto, «dal sacro al santo») ha sostenuto che la religione dovrebbe fondarsi meno su oggetti e riti dotati di una forza magica, meno su attrazione e repulsione verso qualcosa di misterioso, e più invece sull’etica e sulla morale personali.

Giorgio Agamben ha poi rinvenuto in homo sacer una figura giuridica dell’antica Roma: colui che, macchiatosi di gravi crimini, perdeva ogni ruolo riconosciuto dalla legge e quindi non era più nemmeno condannabile dai tribunali; ma proprio per questo poteva essere ucciso impunemente da chiunque. Per Agamben questa figura è all’origine di una traiettoria che culmina nella «biopolitica» contemporanea, in cui la vita biologica delle persone, ambito un tempo sottratto alla politica, sarebbe invece sempre più oggetto di norme e disposizioni. In questa lettura il «sacro» non è quindi una categoria religiosa ed è ciò che, nel momento in cui si sottrae alla disponibilità, viene messo a fondamento di una società. Ancora, René Girard ha messo in luce il legame tra La violenza e il sacro, descrivendo come all’origine di ogni comunità ci sarebbero conflitti risolti dall’uccisione di un capro espiatorio, che poi verrebbe divinizzato in quanto pacificatore.

Insomma, nel parlare genericamente di «sacro» si afferma qualcosa non solo di poco chiaro, ma anche di molto ambiguo. Se si rivendica poi semplicemente qualcosa di indisponibile, di innominabile, di «oltre», non ci si accorge che sin troppi sono oggi gli ambiti che ancora non sono stati «secolarizzati», ossia resi accessibili al mondo: le grandi decisioni politiche, ma ancora di più i rilevanti flussi economici, non sono minimamente controllabili e spesso nemmeno comprensibili. Calasso parla di «eserciti invisibili di teologie e liturgie [che] si battevano accanto alle armate terrestri. Oggi invece sarebbe impossibile percepire quegli eserciti». Ma non abbiamo eserciti di dipendenti di grandi compagnie, che determinano anche la vita delle comunità politiche e degli Stati? Royal Dutch Shell fattura annualmente 481 miliardi di dollari, mentre il PIL dell’Argentina è di 475. Samsung arriva a 327 (valendo da solo il 20% della ricchezza coreana) contro i 314 della Danimarca. Non abbiamo eserciti di speculatori finanziari? La moneta virtuale investita in ambito di flussi finanziari tanto complessi da sfuggire al controllo, come quelli dei cosiddetti «derivati», ha un valore complessivo stimato in nove volte il PIL mondiale. Non si tratta di un «oltre» persino difficile da rappresentarsi e da immaginare?

Già Walter Benjamin aveva notato la natura religiosa del capitalismo, definendolo un vero e proprio «culto». La questione allora non è tanto ragionare su sacro e profano come categorie statiche. Ma di individuare dove collochiamo il sacro. Che cosa riteniamo fondativo, cosa ammiriamo e cosa ci terrorizza, cosa adoriamo e a cosa offriamo sacrifici? Se poniamo queste domande, forse penseremo che la funzione di una religione autentica non è tanto quella di alienare, rendere indisponibile o separare in una sfera del sacro; ma, al contrario, proprio quella di sottrarre al potere, di liberare e di rendere disponibile. Il sacro, come il potere, accompagna la storia dell’uomo. La religione deve profanare.

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