Il cristianesimo è un racconto

Dopo i “dubia” dei quattro cardinali, ora anche l’accusa di eresia al Papa. Le critiche vengono dal’interno della chiesa, dal fronte tradizionalista. Ma, di recente, un attacco inaspettato a Papa Francesco è arrivato anche da un autore “laico” e “progressista”. Vorrei soffermarmi su questa critica, che è particolarmente interessante perché sintetizza efficacemente il problema di fondo. Al di là dei dettagli da specialisti, una opzione teologica tiene insieme tutte le novità (e dunque gli eventuali errori) del Papa: la nuova direzione imposta dal Pontefice a questioni dottrinarie e morali è “narrativa”. Così si esprime Gian Enrico Rusconi, in un recente volume, di cui qui è riportato uno stralcio centrale. La tesi è stata ripresa in una puntuale recensione di Pierfrancesco Stagi, citata anche in un post del 13 luglio dal blog di Sandro Magister, sempre solerte ad evidenziare le critiche a Papa Francesco.

Il problema di una teologia narrativa – dice Rusconi – è che renderebbe vaghe sia le verità di fede, sia, in morale, la distinzione tra bene e male. Se non si ha più una definizione precisa e puntuale di ciò che è oggettivamente giusto, si cade inevitabilmente nel relativismo. Ma, ancor prima, se non si ha una definizione di ciò che è oggettivamente vero in materia di fede, diventa impossibile definire il cristianesimo e distinguerlo da altre religioni, o anche da ciò che è semplicemente mondano. Il cristianesimo sarebbe un insieme di dottrine da credere e da mettere in pratica: nel momento in cui tale insieme si svuota, il cristianesimo diviene indeterminabile. Cosa resta, infatti, se vengono tolte le verità di fede e gli obblighi morali? Se non possiedo più articoli di fede da credere o azioni che so essere intrinsecamente buone (o cattive), in cosa potrò distinguermi da chi non è cristiano?

L’obiezione è significativa – come detto – perché va al cuore della questione. Nella disputa sul nuovo corso imposto dal Papa, infatti, non si tratta tanto di individuare uno scontro tra “chiusura” ed “apertura” o tra “conservatori” e “progressisti”. La contrapposizione tra queste posizioni c’è, evidentemente, e non si può negare. Ma, più al fondo, c’è uno scontro sulla comprensione dell’essenza del cristianesimo. E sul suo destino, verrebbe da dire. Che cos’è il Cristianesimo?

Va osservato anzitutto un dato storico: il fatto che la teologia abbia preso una piega scientifica, come ricostruì nel dettaglio Marie-Dominique Chenu, è una opzione storica ben precisa. Nel XIII secolo, con la nascita delle università e con il ritorno nell’Occidente latino di molte opere di Aristotele (grazie ai traduttori arabi e dunque alla decisiva mediazione islamica!), il sapere cristiano deve fronteggiare un modello sino a quel momento sconosciuto di scientificità. Ma, come messo in luce molto bene in questa sintesi, la teologia, scrive Chenu, «è la scienza di un libro, il libro dei libri, la Bibbia», in cui si “testualizza” la Rivelazione». Di conseguenza, «poiché la parola di Dio si è espressa in un linguaggio umano, si è calata nelle parole, nelle frasi, nelle immagini, nelle strutture, nei generi letterari del discorso umano, questa “scrittura” divina risulterà comprensibile attraverso gli stessi procedimenti che regolano l’interpretazione delle parole, delle frasi, delle immagini, dei generi letterari del linguaggio umano».

Ora, il discorso della Bibbia è proprio un discorso narrativo. La Bibbia narra storie, e non è un manuale di dottrine. Si tratta di un testo dalla composizione complessa, stratificata, formato anzi da libri diversi (Biblia, al plurale, significa proprio questo), scritto in epoche e, almeno in parte, anche in lingue diverse. Proprio le scienze testuali, la filologia e l’ermeneutica, attraverso l’umanesimo e la critica illuministica per arrivare sino alla “decostruzione”, si sono evolute grazie al confronto anzitutto con questo testo, che la civiltà ha considerato fondativo. La teologia dunque non può non tenerne conto, visto che la sua presunta scientificità rimanda proprio ad un racconto e anzi a questo racconto. Il cristianesimo, così come l’ebraismo, si fondano su una scrittura che è anzitutto la narrazione di una storia. Che la teologia sia “narrativa”, quindi, è una tautologia. Un fatto scontato. Una teologia cristiana, in quanto teologia biblica, o è narrativa, o non è.

Tra l’altro, appare sorprendente il fatto che chi critichi questa impostazione poi spesso si trovi a criticare l’Islam, accusandolo di essere una “religione del libro”, ancorato ad una lettura letterale e quindi priva di ogni interpretazione e di ogni storicizzazione del testo. Il cristianesimo è un racconto, una storia, una vicenda. E si tratta di una narrazione all’interno della quale – come insegnano ad esempio gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola – il fedele può inserirsi e leggere la propria vita. Quindi una storia da ascoltare e calare nel proprio vissuto quotidiano. Questo è il compito primario della teologia: accompagnare questo ingresso. Dio vuole entrare il relazione con l’uomo, sino ad incarnarsi. La risposta per l’uomo è cercare una relazione viva con un Dio che è “logos”, parola. Come ogni rapporto personale, non si può incasellare in definizioni. Non ha i caratteri di una scienza, almeno nel senso con cui il termine scienza arriva a noi oggi proprio a partire da quel movimento di lunga durata che inizia in epoca scolastica e procede con la rivoluzione scientifica della modernità.

Una teologia narrativa dunque non va scambiata con quella che Rusconi chiama «teologia comunicativa». Ossia con una strategia di marketing e con il mero tentativo di essere appealing. Nell’impostazione narrativa della teologia c’è invece esattamente il consapevole tentativo di superare – sulla scorta d’altronde di tutta la teologia novecentesca – la comprensione immediatamente logica dei misteri di fede. Rusconi introduce ad esempio la questione della giustificazione, ossia della modalità con cui si raggiunge la salvezza. Il modello “compensativo” proposto da Anselmo d’Aosta nel Cur Deus homo sarebbe per Rusconi pienamente razionale: per riparare ad un’offesa che rompe il legame con l’infinito, ossia con Dio, serve che l’infinito stesso paghi la pena e dunque pareggi i conti. Papa Francesco invece, racconta una vicenda di tradimento, perdono, amore tra l’umanità e Dio. La sua teologia è narrativa nel senso che muove verso il cuore e l´essenza di quello che è la Bibbia, scavalcando le sovrastrutture.

Perciò anche le categorie spesso chiamate in causa nella critica al Papa, ossia quelle di soggettivo e oggettivo, sono inadeguate per la teologia; e sono in tutto e per tutto moderne, non originariamente cristiane, né bibliche. La teologia cristiana vi si è adattata, così come prima si è adattata alla filosofia di Aristotele o alla lingua latina o greca, perché ha la plasticità di declinarsi secondo le “mode” del momento e di tradursi nei paradigmi via via correnti. Ma non è detto che ci si debba vincolare a queste categorie. Determinare esperienze di vita, situazioni personali, realtà ultraterrene in termini “oggettivi” e con definizioni universali è impossibile, oltre che scorretto. Certo che l’esperienza e la tradizione – dunque le opinioni formulate in passato, accettate e rafforzatesi sino a divenire autorevoli, e poi tradotte in massime generali – devono servire da orientamento necessario. Ma non si possono ridurre l’interiorità, lo spirito, la coscienza, il rapporto personale con Dio a tali definizioni universali e oggettive.

Altri modelli sono pensabili. Perché, ad esempio, la teologia cristiana non si propone come una raccolta di commenti autorevoli al testo della scrittura, con una serie di opinioni e di interpretazioni ritenute magari maggiormente dotate di autorità e peso, in virtù del rilievo acquisito dalla tradizione, ma senza la pretesa di esaurire definitivamente la verità? Tra l’altro, l’idea di avere definizioni valide sempre e comunque fa correre il rischio poco gradevole di doversi poi magari correggere e contraddire nel tempo – come è avvenuto diverse volte nella storia della chiesa cattolica, che è tutt’altro che la storia di una dottrina unica affermata da sempre nello stesso modo: si prenda, solo per citare un sempio, il Sillabo ottocentesco, che contiene una serie di proposizioni formulate di autorità dal Magistero, molte delle quali a solo un secolo di distanza sono state smentite dal Magistero stesso….

Se proprio vuole, la teologia cristiana potrebbe fissare alcuni paletti molto generali, per poi lasciare spazio nel mezzo. E sarebbe molto interessante, a quel punto, osservare come proprio i limiti in cui ci deve muovere, per essere teologi cristiani, sono contradditori. Ad esempio: “Dio è assolutamente trascendente”, ma anche “Dio si è fatto uomo”. “L’uomo è chiamato alla felicità”, ma anche “la salvezza è nella croce”. “Non ci salva se non per sola grazia”, ma anche “non ci si salva se non si coopera” etc… All’interno di contraddizioni come queste si muove il cristiano. Perché paradossale è tutta la storia, la vicenda, il racconto biblico.

La parte più affascinante e credibile del cristianesimo è proprio questa sua natura equivoca. Perché paradossale ed equivoca è la vita e pieno di paradossi ed equivoci è l’incontro con una persona. La risposta che la teologia cristiana deve fornire non riguarda quindi tanto la domanda: “cos’è il cristianesimo?”. Il cristianesimo, infatti, è un racconto che parla dell’incontro possibile con una persona. La domanda corretta allora è: “chi è il cristianesimo?”. Solo se parte da qui, la teologia può essere se stessa, un “logos” su Dio. Solo se parla con Dio, la teologia può  poi anche parlare di Dio.

 

4 risposte a "Il cristianesimo è un racconto"

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  1. La parte più credibile del cristianesimo è proprio la sua equivocità – mi hai ricordato ancora una volta quel che scriveva Chesterton in Ortodossia sul cerchio e la croce: il cerchio, proprio perché naturalmente perfetto e chiuso in sé, resta sempre fisso nelle sue dimensioni, non può diventare né più grande né più piccolo. Al contrario della croce, che al centro ha una “collisione”, una contraddizione che le consente di “estendere le sue braccia ai quattro venti”: è perché ha un paradosso al centro, che può crescere all’infinito senza cambiare

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  2. Questo è il primo Papa ateo della storia. Magari ce ne sono stati altri, anzi sicuramente, ma questo è apertamente ateo. Per lui il fulcro di tutto risiede nello sviluppo delle capacità relazionali delle persone. Tra loro e con sé stessi. Non casuale il suo recente riferimento al suo percorso terapeutico personale.

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    1. In che senso intende il termine “ateo”? Non è detto che se si “ritiene il fulcro di tutto nello sviluppo delle capacità relazionali delle persone” si debba essere necessariamente atei… Inoltre, alcuni autori hanno affermato che per essere “religiosi” (ossia capaci di legami autentici, ossia di “re-ligarsi”) si debba prima essere “atei”, ossia veramente indipendenti. Altri autori hanno parlato di un ateismo “ad maiorem dei gloriam”, volendo con “ateismo” significare la critica ad ogni immagine imperfetta di Dio e ad ogni idolo…

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